Agosto 1985, Asinara: l’isola che non dimentica Falcone e Borsellino

Nel 1985, un’isola selvaggia e remota al largo della Sardegna, l’Asinara, divenne il palcoscenico di uno dei capitoli meno conosciuti ma più cruciali della lotta alla mafia. In quel luogo isolato, lontano da Palermo, due uomini stavano gettando le basi per un’impresa che avrebbe cambiato la storia d’Italia: il Maxiprocesso

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, insieme alle loro famiglie e agli agenti di scorta, furono trasferiti in quella che era l’antica colonia penale, in un esilio forzato per la loro sicurezza. Come MuST23, riteniamo fondamentale raccontare questo periodo, per comprendere la dedizione, il sacrificio e l’umanità di due figure che hanno dedicato la loro vita alla giustizia.

Questo non è solo un racconto di “reclusione”, ma una storia di resistenza, di coraggio e di amicizia che si rafforzò proprio lì, in quel paesaggio aspro e incontaminato. Un’esperienza che ha segnato profondamente i due magistrati e ha permesso di raggiungere risultati straordinari, portando la lotta alla mafia a un livello senza precedenti.

Un esilio forzato per la sicurezza

L’estate del 1985 fu un momento di grande tensione per la magistratura palermitana. Il lavoro del Pool Antimafia, coordinato da Antonino Caponnetto, stava per culminare. Le indagini avevano portato alla formulazione di diversi capi d’accusa contro centinaia di mafiosi. La preparazione del Maxiprocesso di Palermo era ormai a un punto di svolta, ma la minaccia mafiosa si faceva sempre più incombente.

La decisione di trasferire Falcone e Borsellino all’Asinara fu presa per proteggerli e per permettere loro di lavorare in assoluta segretezza e sicurezza. Insieme alle loro famiglie e agli agenti di scorta, furono condotti sull’isola ad agosto del 1985. La permanenza si prolungò per diversi giorni. L’unica “struttura ricettiva” disponibile era una foresteria, quella adagiata sugli scogli di Cala d’Oliva, che dista poche centinaia di metri, in linea d’aria, dal carcere-bunker dell’isola dove sono stati incarcerati anche criminale come Salvatore Riina, Raffaele Cutolo e Leoluca Bagarella. 

Il lavoro di un Pool sull’isola

In quelle condizioni, e con una protezione militare rigidissima, i due giudici si dedicarono anima e cuore al loro lavoro. La permanenza all’Asinara fu un periodo di intensa e frenetica attività. Falcone e Borsellino lavorarono fianco a fianco, giorno e notte, studiando migliaia di pagine di verbali e testimonianze, tra cui quelle del primo grande pentito della storia di Cosa Nostra, Tommaso Buscetta. 

Lì, in quell’ambiente isolato e quasi claustrofobico, l’amicizia tra i due magistrati si rinsaldò ancora di più. Condividevano le cene, le preoccupazioni per le loro famiglie e il peso schiacciante della responsabilità. Fu proprio in quel periodo che perfezionarono l’impianto accusatorio del Maxiprocesso, un lavoro titanico che non poteva essere svolto altrove, lontano da possibili intercettazioni e minacce.

Le loro giornate erano scandite da turni di lavoro estenuanti, intervallati da brevi momenti di pausa, come una partita a tennis o una nuotata nel mare cristallino, sempre sotto lo sguardo attento della scorta. Era una vita sotto assedio, ma era un assedio che non riusciva a scalfire la loro determinazione. Borsellino in seguito ricorderà quel periodo con un misto di fatica e nostalgia, sottolineando come l’isolamento li avesse resi ancora più forti e concentrati.

I risultati: il Maxiprocesso e la svolta

Il lavoro svolto all’Asinara fu la chiave del successo del Maxiprocesso. Il 10 febbraio 1986, quando il processo ebbe inizio, l’impianto accusatorio era blindato e inattaccabile. Dopo quasi due anni di dibattimenti, il 16 dicembre 1987, la sentenza di primo grado confermò le tesi del Pool Antimafia, infliggendo una durissima sconfitta a Cosa Nostra: 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2.665 anni di carcere. Per la prima volta nella storia, la mafia veniva riconosciuta come un’organizzazione criminale unificata, e non un insieme di bande disorganizzate.

Il periodo dell’Asinara dimostrò che la determinazione e il sacrificio, uniti a un profondo senso dello Stato, possono prevalere sul crimine. Le sofferenze di quei mesi, l’isolamento e la tensione, furono ripagate da una vittoria storica che ha segnato un punto di non ritorno nella lotta alla mafia. Per approfondire, si può consultare la documentazione della Fondazione Falcone, che raccoglie testimonianze e documenti storici di quel periodo cruciale.

L’Asinara oggi: un simbolo di memoria e impegno

Oggi l’isola dell’Asinara è un Parco Nazionale e un luogo simbolo della memoria. Le mura che hanno accolto i due giudici non sono più un carcere, ma una caserma del Corpo Forestale e Vigilanza Ambientale oltre che un monito e un’ispirazione. Il MuST23 – Museo Stazione 23 Maggio di Capaci – si impegna ogni giorno a far conoscere anche questa storia, perché non resti solo un aneddoto, ma diventi un patrimonio di valori. 

Il coraggio di Falcone e Borsellino, maturato in quella prigione a cielo aperto, ci insegna che l’impegno per la giustizia richiede sacrifici, ma che la perseveranza e l’unità possono sconfiggere anche i nemici più potenti.

Il nostro obiettivo è trasmettere alle nuove generazioni che la cultura della legalità non è un concetto astratto, ma il risultato di scelte difficili, di un lavoro instancabile e di un’amicizia che è stata più forte della mafia. La storia dell’Asinara ci ricorda che la lotta continua e che la memoria di chi ha combattuto per noi è la nostra più grande risorsa.